AMMINISTRATIVO – Giudizio di ottemperanza – condanna generica, inammissibilità

Il Consiglio di Stato, sez. VI, con la sentenza 21 dicembre 2011 n. 6773, ripercorre la genesi del giudizio di ottemperanza, affermando che lo stesso è nato come necessario complemento a una tutela giudiziale dei diritti soggettivi, che il giudice ordinario da solo non era in grado di assicurare se non parzialmente, dovendosi limitare ad emettere sentenze dichiarative dell’illegittimità dell’atto amministrativo, mentre ogni altra misura, ancorché necessaria per rendere effettiva la restaurazione della situazione soggettiva qua ante, era rimessa alla concreta disponibilità di quella stessa amministrazione autrice dell’atto che aveva ingenerato la contesa.

Il Consiglio di Stato auspica “che, per ricondurre a razionalità il sistema ed evitare che di una stessa vicenda contenziosa siano chiamati ad occuparsi giudici appartenenti a diversi plessi giurisdizionali (nella specie, il giudice ordinario in sede cognitoria e il giudice amministrativo in sede di giudizio di ottemperanza), in una prospettiva de iure condendo sia auspicabile l’attribuzione allo stesso giudice ordinario di uno strumento assimilabile al giudizio di ottemperanza (rilevatosi come strumento di particolare efficacia, malleabile in relazione alle concrete esigenze di tutela del creditore nei confronti della pubblica amministrazione), atto a vincere l’inerzia della pubblica amministrazione nell’attuazione del giudicato ordinario, qualora sia necessario porre in essere – in via complementare, aggiunta e/o alternativa al procedimento espropriativo del codice di procedura civile, a scelta del creditore – operazioni materiali e/o atti giuridici (quali attività di liquidazione ed emissioni di ordinativi di pagamento), oppure, con riferimento a singole specifiche fattispecie dedotte in giudizio, sin’anche attività provvedimentali”.

L’auspicio del Consiglio di Stato pare in un’ottica più deflattiva che di effettiva necessità giurisdizionale, posto che lo strumento esiste e la duplicazione dello stesso non sembra avere particolare utilità.

La sentenza, oltre a offrire il pensiero del Giudice Amministrativo sull’evoluzione che dovrebbe avere il giudizio di ottemperanza, afferma che secondo consolidato orientamento della Corte di Cassazione in materia giuslavoristica e previdenziale, la sentenza di condanna generica (ovvero quella con la quale il giudice abbia dichiarato il diritto di un soggetto a ottenere spettanze retributive, pensionistiche o risarcitorie e abbia condannato il terzo al pagamento dei relativi arretrati “nei modi e nella misura di legge” oppure “con la decorrenza di legge“, senza precisare in termini monetari l’ammontare del credito complessivo già scaduto o quello dei singoli ratei già maturati) non costituisce valido titolo esecutivo (per difetto del requisito di liquidità del diritto portato dal titolo esecutivo ex art. 474 c.p.c.), qualora la misura della prestazione spettante all’interessato, non sia suscettibile di quantificazione mediante semplici operazioni aritmetiche eseguibili sulla base di elementi di fatto contenuti nella medesima sentenza, ma debba essere effettuata per mezzo di ulteriori accertamenti giudiziali previa acquisizione dei dati istruttori necessari.

In tale ipotesi il creditore non potrà agire in executivis, ma dovrà “richiedere la liquidazione in un distinto successivo giudizio dinnanzi al giudice munito di giurisdizione (v. in tal senso, ex plurimis, Cass. Sez. Lav. 29 ottobre 2003, n. 16259; Cass. Sez. Lav. 23 aprile 2009, n. 9693; Cass. Sez. Lav. 11 giugno 1999, n. 5784)”.

Da tale premessa il Consiglio di Stato trae la conclusione che in caso di condanna generica, il giudizio di ottemperanza, laddove vi sia la necessità di “accertamenti in diritto o in fatto implicanti il rinnovato esercizio di poteri cognitori, onde determinare i criteri di quantificazione delle residue spettanze retributive reclamate dagli istanti, la relativa deduzione è inammissibile nella presente sede, dovendo le parti adire il giudice della cognizione, munito di giurisdizione”.