BSVA – Studio Legale Associato

Michael Fusetto
6 Settembre 2022
Diritto di famigliaFamiglia

Non basta che il marito sia ricco e la moglie disoccupata a far scattare e, conseguentemente, quantificare l’assegno divorzile a carico dell’uno in favore dell’altra. Ciò perché lo squilibrio economico fra le parti e l’alto livello reddituale di una delle due non costituiscono elementi di per sé decisivi per il trattamento previsto dall’art. 5, legge 898/70. Il diritto a percepire il contributo economico scatta se il richiedente fornisce la prova di non essere autosufficiente dal punto di vista economico e/o che lo squilibrio economico fra le parti è dovuto a una serie di rinunce compiute in costanza di matrimonio.

Avvocato Cecilia Pepe
Avvocato Cecilia Pepe

È quanto si legge nella sentenza n. 972/2022 della Suprema Corte, che ha ribadito e condiviso i principi già enunciati dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 1827/2018.

Prima dell’intervento delle Sezioni Unite, la giurisprudenza si presentava spaccata: secondo un primo orientamento, l’assegno era dovuto a favore del coniuge che non avesse o non potesse procurarsi per ragioni oggettive mezzi tali da poter mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva caratterizzato la vita matrimoniale; a questo orientamento se ne era contrapposto un altro che riteneva dovuto l’assegno all’ex coniuge che non avesse o non potesse procurarsi per ragioni oggettive i mezzi per raggiungere l’autosufficienza economica.

Nella pronuncia sopra menzionata, le Sezioni Unite hanno confermato che l’assegno di divorzio non ha un carattere meramente assistenziale, non basandosi più né solo sulla disparità economica tra i coniugi (criterio del tenore di vita), né solo sulle condizioni soggettive del solo richiedente (criterio dell’autosufficienza economica). Secondo la Corte, il principio di pari dignità tra i coniugi trova necessariamente il suo corollario, al momento della cessazione del vincolo, nella valorizzazione del contenuto prevalentemente perequativo-compensativo dell’assegno e/o nella funzione assistenziale, posto che vi sia una situazione di rilevante squilibrio tra le parti.

La Corte, infatti, ricorda che “lo scioglimento del vincolo incide sullo status, ma non cancella gli effetti e le conseguenze delle scelte e le modalità di realizzazione della vita familiare”.

In altre parole, occorre tenere conto dei sacrifici fatti da uno, o da entrambi, i coniugi, nell’interesse della famiglia e durante la vita matrimoniale, sacrifici che possono aver comportato degli effetti irreversibili che devono essere necessariamente compensati mediante il riconoscimento di un contributo economico.

La Suprema Corte ha ulteriormente chiarito che incombe sull’ex coniuge richiedente l’assegno divorzile l’onere di provare in maniera puntuale la propria condizione economica, al fine di dimostrare la propria situazione di insufficienza economica e/o la sussistenza di una sperequazione patrimoniale direttamente conseguente alle scelte operate nel corso della vita matrimoniale nell’interesse del nucleo familiare.

Il giudice dovrà anzitutto confrontare le situazioni economico -patrimoniali di ciascun coniuge e verificare se, a seguito del divorzio, sussista una situazione di rilevante squilibrio. In caso negativo, nessun assegno sarà dovuto.

Se, invece, emergesse uno sbilanciamento economico -patrimoniale, il giudice dovrà verificare se detto squilibrio sia riconducibile a scelte condivise nel corso della vita coniugale, per effetto delle quali un coniuge abbia sacrificato le proprie aspettative professionali (e dunque reddituali) per dedicarsi alla famiglia, ovvero si sia fatto maggior carico dei compiti relativi alla vita familiare, così consentendo all’altro di realizzare le sue aspirazioni professionali e massimizzare la sua capacità reddituale, minimizzando invece la propria. In tal caso, l’assegno assolverà a una funzione perequativo – compensativa (come inizialmente affermato dalla Corte di Cassazione del 2018): esso sarà parametrato alla misura del contributo che il coniuge richiedente abbia dimostrato di aver dato alla vita familiare, tenuto conto della durata del matrimonio, delle prospettive di recupero delle aspettative professionali e della capacità reddituale.

In caso inverso, nessun mantenimento potrà essere riconosciuto, salvo il caso in cui il coniuge richiedente non disponga di mezzi adeguati e non sia in condizione di procurarseli per ragioni oggettive (ex art. 5 comma 6 l. div.) per cui il giudice potrà riconoscere l’assegno divorzile in funzione assistenziale.

Nell’ambito di questo accertamento, pertanto, lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda non costituiscono, da soli, elementi decisivi per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno.

In definitiva, il criterio isolato dalla Corte anche in questa recente sentenza valorizza i sacrifici del coniuge che, in nome di una scelta presa dai coniugi di comune accordo, abbia rinunciato alla carriera e alla possibilità di essere autonomamente indipendente per dedicarsi alla famiglia, riconoscendo il suo contributo alla realizzazione della vita familiare durante gli anni del matrimonio ed evitando che a causa di tale scelta quel coniuge venga irreversibilmente penalizzato.